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Negli ultimi anni, il valore reale di un’azienda si è spostato sempre più dagli elementi tangibili – come immobili, impianti o attrezzature – verso ciò che non si vede ma che fa la differenza: competenze, reputazione, brand, innovazione. Sono questi i cosiddetti intangibles, ovvero quegli asset immateriali che non sempre compaiono nel bilancio, ma che rappresentano una parte essenziale del patrimonio aziendale, soprattutto in settori come la tecnologia, i servizi, la moda o la comunicazione.
Ma come si misura qualcosa che, per definizione, è invisibile? E perché è così importante farlo?
Gli intangibles sono tutti quegli elementi non fisici che contribuiscono in modo sostanziale al valore e al vantaggio competitivo dell’impresa. Parliamo del marchio, della proprietà intellettuale, delle conoscenze tecniche, del capitale umano, della reputazione aziendale e anche delle relazioni consolidate con clienti e partner. Si tratta di risorse che spesso non si possono toccare, ma che sono capaci di generare valore nel tempo, fidelizzare i clienti e sostenere la redditività.
Valutare un bene immateriale non è solo una questione tecnica o contabile. È, prima di tutto, un atto strategico. Aiuta le aziende a comunicare meglio il proprio valore agli investitori, a negoziare con maggiore consapevolezza in operazioni di acquisizione o vendita, a presentarsi in modo più solido agli occhi di banche e finanziatori. Permette, inoltre, di orientare le decisioni interne, valorizzando ciò che spesso rimane in ombra, come le competenze del personale o l’efficacia dei processi interni. In un contesto dove gli stakeholder chiedono sempre più trasparenza – basti pensare ai bilanci integrati e agli standard ESG – saper misurare anche l’immateriale diventa una leva competitiva.

Esistono diversi metodi per attribuire un valore agli intangibles, ognuno con i suoi vantaggi e i suoi limiti. L’approccio del costo, ad esempio, cerca di stimare quanto sarebbe necessario investire per ricreare l’asset da zero. È utile in situazioni dove l’asset ha una storia recente e costi di sviluppo documentabili, come nel caso di un software interno o di un brevetto tecnico. Tuttavia, ha il limite di non considerare l’effettiva capacità di generare valore nel futuro e tende a sottostimare gli intangibili più strategici.
Molto più orientato al valore futuro è invece l’approccio reddituale, spesso realizzato con modelli di discounted cash flow (DCF). In questo caso si cerca di isolare i flussi di cassa che l’asset potrà generare negli anni, per poi attualizzarli a oggi. È un metodo potente e riconosciuto, ma anche delicato, perché richiede assunzioni precise e razionali sulla crescita futura, sulla durata dell’asset e sui rischi associati. Un errore di stima può cambiare radicalmente il risultato.
Un altro approccio, più orientato al confronto con il mercato, consiste nel valutare il bene sulla base di transazioni comparabili. Se, ad esempio, un marchio simile è stato venduto di recente, quel prezzo può diventare un riferimento. Tuttavia, trovare asset davvero comparabili non è facile: ogni brand ha la sua storia, la sua percezione pubblica, il suo legame con il pubblico.
Particolarmente interessante, soprattutto per beni legati alla proprietà intellettuale come marchi o brevetti, è il metodo noto come relief from royalties. In questo caso, il valore dell’asset si calcola partendo da un’ipotesi: quanto dovrebbe pagare l’azienda per utilizzare quell’asset se non ne fosse proprietaria? In pratica, si quantifica il risparmio in termini di royalty che l’azienda ottiene proprio grazie al fatto di possedere quell’asset. È un metodo che unisce logica di mercato e visione economica, molto usato nella valutazione dei marchi. Tuttavia, dipende in modo cruciale dalla scelta di un tasso di royalty credibile e ben documentato. Usare una percentuale “standard” può essere fuorviante e portare a valutazioni poco aderenti alla realtà.
Esistono infine metodi più sofisticati e ibridi, come l’excess earnings method, che cercano di isolare il valore aggiunto di un singolo asset partendo dal reddito complessivo, oppure approcci fiscali come il patent box, validi in contesti normativi specifici.

La risposta è: dipende. Dal tipo di asset, dalla disponibilità dei dati, dallo scopo della valutazione (acquisizione, bilancio, contenzioso, ecc.). In molti casi, la soluzione migliore è integrare più approcci, per ottenere un risultato più robusto e coerente. Valutare un marchio, ad esempio, solo sulla base dei costi sostenuti per svilupparlo sarebbe riduttivo. Al contrario, un software proprietario ancora in fase iniziale potrebbe essere valutato proprio partendo da quei costi, in attesa che generi flussi propri.
Una sfida da affrontare con metodo
Valutare l’immateriale significa affrontare una sfida: rendere visibile ciò che non si vede. È un esercizio che richiede competenze tecniche, sensibilità strategica e una buona dose di giudizio. Ma è anche una necessità, se vogliamo costruire un sistema economico più trasparente, innovativo e orientato al lungo termine.
Chi saprà misurare e valorizzare i propri intangibles potrà raccontare meglio la propria storia, accedere a nuove risorse e, soprattutto, prendere decisioni più consapevoli.
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