Circular Economy: verso il riutilizzo delle mascherine monouso

22-10-2021

Di Riccardo Biasiotto

Cos’è l’economia circolare e perché è importante

Ellen MacArthur Foundation, una delle più grandi fondazioni private attive negli Stati Uniti nel campo dell’Economia Circolare, ha definito la c.d. “circular economy” come un sistema economico pianificato ed orientato al riutilizzo dei materiali in differenti cicli produttivi, riducendo al massimo gli sprechi, così generando benefici per il proprio business, il mercato, la società e l’ambiente.

Si tratta, in poche parole, di un’economia pensata per potersi rigenerare da sola.

In un periodo storico segnato da trends globali dotati di forte impatto a livello economico-sociale, l’attenzione ai temi della sostenibilità e all’utilizzo delle risorse non è mai stato così elevata.

Secondo l’Assessment Report prodotto nel 2016 da UNEP (United Nations Environment Programme) e denominato Global Material Flows And Resource Productivity, tra il 1970 al 2010 l’estrazione di materie prime è passata da 22 miliardi a 70 miliardi di tonnellate, con la previsione che nel 2050, per soddisfare le esigenze di 9 miliardi di persone, saranno necessarie 140 miliardi di tonnellate di materie prime.

Un trend destinato a crescere e che sta diventando sempre più insostenibile dal punto di vista ambientale.

Nel 2021, l’Earth Overshoot Day, ovvero il giorno in cui l’umanità ha esaurito tutte le risorse biologiche che gli ecosistemi del pianeta sono in grado di rigenerare nel corso di un intero anno, è stata il 29 Luglio: da tale dato emerge che attualmente l’umanità utilizza il 74 % di risorse in più rispetto a quelle disponibili – ovvero l’equivalente di “1,7 Terre”.

“Use, reuse, recycle”: transizione verso una green economy

Risulta evidente quindi come il sistema produttivo tradizionale, improntato al “take, make, dispose”, basato su un modello di produzione “lineare” e caratterizzato dall’accesso e dall’utilizzo di grandi quantità di risorse ed energia non risulti più sostenibile, soprattutto alla luce della esponenziale crescita demografica cui gli ultimi decenni hanno assistito.

Non può negarsi, quindi, l’esigenza di attuare la transizione ad un modello economico, nonché ad una mentalità sociale, che possa definirsi “circolare” e che, dunque, prenda in considerazione tutte le fasi della catena produttiva – dalla progettazione, alla produzione, al consumo, fino alla destinazione a fine vita del prodotto – sfruttando ogni opportunità di limitare l’apporto di materie prime ed energia in ingresso e di minimizzare e riutilizzare gli scarti.

Tutto ciò al fine di dar vita ad un sistema virtuoso basato sul principio di “use, reuse, recycle”.

Nello specifico, l’accesso a tale circolo virtuoso richiede l’adozione di un business model aziendale basato su:

  • riduzione della quantità prodotta (diminuzione della vendita di prodotti finiti);
  • aumento della qualità (longevità del prodotto e riutilizzo delle risorse);
  • reimpiego dei materiali per ridurre i costi;
  • erogazione di servizi che possano aprire a nuove proposte commerciali e a più stabili flussi di ricavi nel tempo.

Con queste premesse, è facile capire come l’abbandono del “modello economico lineare” possa avere dei forti impatti positivi in termini di sostenibilità sociale, ambientale ed economica e, quindi, sulla qualità della vita delle persone.

Economia circolare applicata alle mascherine chirurgiche

A causa del diffondersi dell’emergenza sanitaria da COVID-19, un mercato che ha assistito ad un aumento esponenziale in termini di vendita e consumo è stato, senza dubbio, quello delle mascherine chirurgiche.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica “Environmental Science and Technology”, dall’inizio della pandemia da coronavirus sono state utilizzate 129 miliardi di mascherine monouso a livello globale.

Ebbene, se da un lato le mascherine rappresentano un prodotto necessario per la nostra protezione individuale, dall’altro costituiscono un enorme onere che grava sull’intero ecosistema ambientale. Basta guardarsi attorno, infatti, per notare quante sfuggono al normale processo di smaltimento venendo disseminate sulle strade, nei parchi e negli mari.

Secondo gli scienziati, una mascherina, costituita quasi esclusivamente da polipropilene, impiega circa 400 anni per decomporsi. Questo dato, da solo, definisce i termini di quella che ormai è un’emergenza per l’ecosistema nel suo complesso, oltre che per la salute degli esseri umani.

Un gruppo di ricercatori del Royal Melbourne Institute of Technology (RMIT) ha dimostrato che le mascherine chirurgiche monouso possono essere riciclate ed utilizzate per produrre materiali utili alla costruzione di strade.

Il loro studio, in particolare, dimostra che per realizzare un chilometro di una strada a due corsie potrebbero essere impiegate circa 3 milioni di mascherine riciclate, che corrispondono a circa 93 tonnellate di rifiuti che, altrimenti, finirebbero in discarica.

Sulla spinta di questo e di altri studi sono nate diverse start up pronte a rivedere in una logica “circolare” il modello di business tradizionale, al fine di cogliere l’opportunità di dare una “seconda vita” alle mascherine monouso.

Negli USA, ad esempio, la società TerraCycle lavora il polipropilene per ricavarne materia prima per altri prodotti: contenitori, tubi, mobili da esterni e il metallo delle chiusure viene fuso per tornare in circolo in altri processi produttivi. Aziende simili stanno nascendo altresì in Canada e in Spagna.

Ma non solo. Un numero sempre crescente di realtà virtuose hanno rivisto il proprio modello di business, improntandolo in una logica “circolare”, facendo ingresso in nuovi segmenti del mercato attraverso prodotti caratterizzati da un elevato valore aggiunto ambientale.

Se molte, dunque, sono le iniziative che stanno puntando sul riciclo delle mascherine, altre stanno sperimentando una plastica ricavata al 99% da biomasse: è il caso, questo, della start-up svizzera HelloMask, che produce mascherine trasparenti, filtranti e pienamente biodegradabili.

Così come la Queensland University of Technology, che sta testando un tessuto derivante dagli scarti della canna da zucchero: le fibre di cellulosa, in particolare, lo renderebbero capace di filtrare le nano particelle, permettendo una confortevole capacità di respirazione.

Sebbene in anni recenti questo processo di innovazione in chiave green abbia assistito ad una notevole accelerazione, complice anche una maggiore sensibilità della società verso le tematica della eco-sostenibilità, questo è solo l’inizio di un lungo processo che richiede ulteriori, importanti investimenti, in termini sia di risorse sia di idee, soprattutto sotto la spinta dei governi statali.

In poche parole, l’imperativo di un cambiamento in un’ottica green dell’intera filiera produttiva rappresenta l’unica strada responsabile per salvaguardare non solo l’ambiente in cui viviamo, ma anche e soprattutto per lasciare alle generazioni future un mondo che sia ancora in grado di offrire loro le risorse di cui avranno bisogno.

Riccardo Biasiotto
Team Leader Business Innovation Analyst – Leyton Italia