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Il panorama degli incentivi alle imprese in Italia vive oggi una fase di profonda incertezza, segnata da uno stallo normativo che rischia di compromettere la competitività del sistema produttivo nazionale. Al centro della questione si trova l’Iperammortamento 2026, introdotto con la legge di bilancio per sostenere gli investimenti tra il 1° gennaio 2026 e il 30 settembre 2028. Tuttavia, la piena operatività del provvedimento appare ancora lontana, generando dubbi e rallentamenti tra le imprese.
Uno dei principali ostacoli allo sblocco dei decreti attuativi dell’Iperammortamento 2026 è rappresentato dalla controversa clausola “made in Europe”. Tale vincolo limitava l’accesso ai benefici fiscali solo ai beni strumentali prodotti all’interno dell’Unione Europea. Erano ammessi anche i beni realizzati nei Paesi aderenti allo Spazio Economico Europeo.
Questa misura era stata concepita per proteggere la produzione continentale. Si è però rivelata controproducente, perché ha ristretto troppo la platea dei beni acquistabili, bloccando di fatto nuovi investimenti.
Il governo, per voce del viceministro dell’Economia Maurizio Leo, ha annunciato la propria intenzione di intervenire. L’obiettivo è eliminare il requisito territoriale attraverso un decreto legge. Tuttavia, la sua approvazione non appare imminente.
Le priorità politiche, legate anche al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, rischiano di ritardare ulteriormente il percorso.
Nel frattempo, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), guidato da Adolfo Urso, ha difeso la propria posizione. Ha ricordato di aver trasmesso la bozza del decreto già il 5 gennaio. Secondo il Mimit, i ritardi sarebbero imputabili a valutazioni tecniche del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef).

Mentre il nuovo Iperammortamento 2026 attende di diventare operativo, resta ancora irrisolta la situazione dei cosiddetti “esodati” di Transizione 5.0. Si tratta di circa 19.000 imprese che avevano prenotato i crediti d’imposta per il 2025, attivando investimenti per oltre 9 miliardi di euro, ma rimaste escluse per esaurimento fondi. Il plafond iniziale di 2,5 miliardi si è esaurito rapidamente, lasciando una lista d’attesa di circa 1,6 miliardi di euro.
Il governo valuta una soluzione intermedia. Vuole permettere alle aziende di accedere a un credito d’imposta 4.0 rafforzato, con aliquote più alte del piano tradizionale.
L’obiettivo è arrivare al 35%-45% del piano 5.0, ma i fondi disponibili,1,4 miliardi da manovra e Pnrr, potrebbero non bastare.
Resta inoltre il rischio che parte dei fondi venga dirottata per coprire emergenze economiche come l’aumento dei carburanti.
Un altro nodo cruciale riguarda i criteri tecnici per accedere al nuovo Iperammortamento 2026. Il governo valuta un’esclusione. Potrebbe riguardare le imprese che hanno investito nel 2025 ma non hanno ricevuto la consegna dei beni.
La bozza del decreto richiama l’articolo 109 del TUIR, che lega il completamento dell’investimento proprio alla consegna. Tuttavia, la Ragioneria dello Stato teme che un’interpretazione estensiva possa avere ricadute troppo onerose sui conti pubblici.
Di conseguenza, si va verso una linea più restrittiva, che potrebbe penalizzare le aziende in attesa delle forniture.
Sul fronte dei beni immateriali, invece, è attesa un’importante apertura: l’inclusione dei software in cloud (as-a-service) tra i beni agevolabili.
Questa precisazione, richiesta da tempo dalle associazioni di categoria, permetterebbe anche ai modelli digitali più innovativi di rientrare tra gli incentivi del piano Iperammortamento 2026.
Il ritardo nell’attuazione delle misure collegate all’Iperammortamento 2026 sta generando forte preoccupazione in tutto il comparto industriale.
Marco Nocivelli, vicepresidente di Confindustria, ha denunciato come l’incertezza normativa stia causando un vero e proprio blocco degli investimenti, proprio in un momento in cui i costi energetici e la tensione geopolitica richiederebbero una maggiore spinta all’efficienza.
Il rischio concreto, secondo Confindustria, è la perdita di competitività internazionale e la possibile fuga di investimenti verso l’estero.
La recente rimodulazione del Pnrr ha complicato ulteriormente la situazione. Sono stati spostati 6,5 miliardi verso altri progetti, con una riduzione di 3,8 miliardi per Transizione 5.0. I fondi serviranno a coprire crediti d’imposta del piano 4.0. Ma, pur volendo rispettare le scadenze europee entro il 2026, la manovra potrebbe ridurre l’impatto degli investimenti sul PIL.
Il sistema produttivo italiano vive una fase di attesa critica. La rimozione dei vincoli territoriali, la gestione delle liste d’attesa e la definizione delle nuove regole tecniche per l’Iperammortamento 2026 rappresentano passaggi decisivi.
Il governo è ora chiamato a fornire risposte rapide e chiare per ripristinare quel clima di fiducia necessario a garantire la ripresa degli investimenti e a sostenere la transizione verso un’economia più tecnologica e sostenibile.
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