Sostenibilità nella moda: Mylo, una fibra a base di funghi che sostituirà il cuoio

Sono sempre di più le startup che realizzano prodotti sostenibili destinati alla rivoluzione green e la moda rappresenta il settore con le più ampie applicazioni. Marco Pozzi ci parla di Mylo e delle opportunità future per una moda più sostenibile.

OCTOBER 28, 2020

12:00 AM

Di Marco Pozzi

È notizia di questi ultimi giorni la creazione da parte di una startup di un consorzio senza precedenti che coinvolge alcuni marchi globali della moda come Adidas, Kering, Lulemon e Stella McCartney. Stiamo parlando di Bolt Threads, una (ormai ex) startup che ha sviluppato una speciale fibra a base di funghi, e più specificamente di micelio, l’apparato vegetativo composto dall’intreccio delle radici filiformi, per creare un materiale vegano, chiamato “Mylo”, simile al cuoio.

Mylo diventa così tutto quello che si può amare della pelle senza gli effetti negativi: il micelio di fatto  continuamente rinnovabile, è creato usando un processo di crescita efficiente, progettato per essere a basso impatto, con meno di due settimane di tempo di crescita, una scarsa emissione di anidride carbonica e con l’impiego di meno acqua rispetto alla controparte animale.

La collaborazione dei brand avverrà grazie a investimenti congiunti nel progetto in modo da supportare l’impresa innovativa nella realizzazione della capacità produttiva necessaria alla realizzazione di centinaia di milioni di metri quadrati di questo nuovo materiale.

Questo consentirà ai brand della moda di avere un accesso esclusivo all’innovativo materiale, in modo da poter portare nuovi prodotti sul mercato nel 2021.

Non si tratta di certo della prima iniziativa di questo genere, già negli scorsi anni molte altre startup hanno trovato soluzioni innovative in questa direzione. Tra queste l’italiana Vegea, che aveva ideato una soluzione innovativa, un biomateriale vegano destinato alla moda, arredo e packaging, ma anche all’automotive e ai trasporti, ottenuto da uno speciale trattamento delle fibre e degli oli contenuti nella vinaccia.

Il caso di questi ultimi giorni, però, rappresenta una delle manovre più importanti nell’industria della moda, dal momento che alcuni tra i più importanti soggetti collaboreranno proprio per creare una soluzione comune in grado di ridurre l’impatto ambientale. Questo consorzio, infatti, rappresenta il più grande accordo per lo sviluppo congiunto nell’ambito dei biomateriali destinati al mercato consumer, fondendo in modo saldo e profondo scienza e alto design.

Alcune fonti, infatti, citano l’industria della moda (specialmente il fast fashion) come la responsabile del 10% dell’inquinamento globale e altre ancora definiscono questo settore il secondo principale inquinatore al mondo, dopo quello del trasporto aereo. A prescindere dalle classifiche e dalle percentuali dell’ultima ora, quello che è chiaro è che la moda, complice il suo modo di operare su stagioni e continui rinnovi (che vanno di pari passo con il conseguente smaltimento di prodotti), ha un peso rilevante sull’inquinamento a livello mondiale. E così, a fronte di questa consapevolezza, i comportamenti di tutti gli stakeholder del settore hanno iniziato a mutare. Ad esempio, i governi di alcuni paesi nordeuropei hanno deciso di investire per migliorare il riciclaggio dei tessuti usati, spesso destinati a discariche. Quello che però è veramente cambiato è il comportamento dei consumatori, guidato dai Millenials.

Ora ci si aspetta i brand si prendano significativamente cura delle tematiche ambientali: è diventato ormai chiaro che le imprese intendono esprimere il proprio commitment verso lo sviluppo sostenibile per garantire un migliore futuro, e per farlo i grandi marchi operano sempre di più guardando all’esterno dei propri confini. Per questo gli sforzi di innovazione delle corporate si concentrano nell’identificare soluzioni non più solo nei propri laboratori, ma anche all’esterno, tramite l’open innovation, per trovare più rapidamente soluzioni da integrare a vario titolo nel proprio business; questo per riuscire a tenere fede a quella mission di impatto sostenibile attraverso un business etico, come nell’esempio dei casi citati, senza impiegare sostanze inquinanti derivate dal petrolio, riducendo al minimo il consumo di acqua e – ovviamente – senza sopprimere animali.

Per dimostrare questi sforzi, iniziano anche a essere sempre diffuse le analisi in termini ambientali, misurazioni che possono essere valorizzate tramite LCA (Life Cycle Assessment), un’analisi del ciclo di vita. Si tratta di un metodo nato per aiutare a quantificare, interpretare e valutare gli impatti ambientali ed i carichi energetici di uno specifico prodotto, processo o servizio: questa misura, sta ad esempio, alla base delle cosiddette “etichette ecologiche e viene impiegata per valorizzare in modo tangibile i vantaggi derivanti dalla misura dell’impronta aziendale, ma anche per qualificare i fornitori migliori e meritevoli.

L’innovazione tecnologica è oggi una soluzione abilitante per tutto questo, da cui il fiorire di spin-off accademici e startup innovative: le tecnologie stanno diventando sempre più un enabler ad alto impatto in grado di disinnescare quella bomba ad orologeria che è rappresentata da un settore ormai pieno di tecnologie troppo vecchie e inquinanti.

Marco Pozzi
Innovation Consultant – Leyton Italia

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Marco Pozzi

Innovation Consultant

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